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il mondo al femminile


Rassegna


24 ottobre 2006


"Un naso tagliato è peggio di uno stupro"
PROVOCAZIONI Anche nei Paesi con le leggi più avanzate i reati sessuali rimangono troppo spesso impuniti. La femminista Germaine Greer suggerisce: trattiamoli come qualunque altro atto violento. Per evitare alle donne processi umilianti e ottenere condanne certe
di Germaine Greer
Alison viveva con la figlia di otto anni in una piccola casa di campagna. Per alcune settimane ha avuto una storia con un collega, che poi lei stessa ha deciso di interrompere. Una sera, il collega si è presentato a casa sua per discuterne. Ben presto è passato alle parole grosse e alle minacce. Alla fine l'ha aggredita con la forza. Alison era terrorizzata all'idea che la piccola potesse svegliarsi e trovare la madre vittima di una violenza sessuale. Così ha ritenuto di non avere altra scelta e ha aspettato che la cosa finisse in silenzio e il più in fretta possibile. Quella notte Alison è stata violentata. Perché violentare significa proprio questo: avere un rapporto con una donna contro la sua volontà. Per via di qualche confusa e peraltro insolita considerazione da parte di alcuni legislatori, corre voce che anche gli uomini possano essere violentati. L'antico reato di "sodomia forzata" è stato trasformato in "violenza sull'uomo" - come se anche le donne non potessero essere vittime di "sodomia forzata". Un tempo conoscevamo tutti la differenza tra gli orifizi coinvolti in simili reati, e le possibili conseguenze. Non più oggi. I giudici emettono ancora sentenze più pesanti per una tentata violenza sull'uomo piuttosto che per uno stupro su una donna. La nuova nomenclatura non ha introdotto nessuna novità sulla natura e sulla gravità della violenza sessuale. O sull'ineguaglianza di uomini e donne davanti alla legge. Il giorno dopo, quando Alison si è presentata al lavoro, era talmente pallida e stravolta che i colleghi si sono subito preoccupati. Alla fine, una di loro ha capito che cos'era successo. Agli occhi delle donne, era del tutto ovvio che Alison non fosse stata consenziente. Secondo gli uomini, invece, si trattava semplicemente di una tempesta in un bicchier d'acqua. Dopo tutto loro due si erano frequentati, no? Certo, erano usciti insieme. Alison si sentiva derubata, una sputacchiera, ed era disgustata di se stessa. Le ferite alla sua autostima forse non guariranno mai. L'esecutore del crimine, consapevole di averle fatto del male, si sentiva gratificato. Sul lavoro, si comportava come se niente fosse. Lei invece ha lasciato il lavoro, ha tolto la figlia da scuola e ha cambiato quartiere. Alison non ha sporto denuncia alla polizia. Se l'avesse fatto, probabilmente sarebbe stata trattata con grande gentilezza e comprensione; le persone con le quali avrebbe parlato non avrebbero lasciato trapelare il benché minimo dubbio rispetto alla sua versione dei fatti, ma per quanto riguarda l'eventuale risarcimento, ci sarebbe stato ben poco da fare. Sarebbe stato possibile provare il rapporto, ammesso che non si fosse lavata dopo, come pure l'identità dell'uomo coinvolto. A questo punto l'intera vicenda sarebbe ruotata attorno alla questione del consenso. Non c'erano testimoni, la figlia di Alison aveva dormito per tutto il tempo. L'uomo avrebbe dichiarato che Alison era consenziente; lei avrebbe ammesso che alla fine aveva ceduto. Un qualsiasi avvocato avrebbe demolito la tesi di Alison durante l'interrogatorio. Lei avrebbe dovuto rivivere lo stupro innumerevoli volte, davanti a gruppi di perfetti estranei, avrebbe dovuto raccontare più e più volte la sua umiliante vicenda, e tutto questo per poi veder trionfare il suo carnefice, perché in fin dei conti era la parola di Alison contro la sua. Per evitare di essere condannato, l'uomo non doveva far altro che dichiarare di aver interpretato, o ritenuto, il suo silenzio come un assenso. (Nono-stante la legge del 2003 dica che il consenso deve essere attivo, cioè il/la partner deve poter scegliere e avere la libertà e la capacità di fare quella scelta. A questo proposito il ministero degli Interni ha lanciato negli ultimi mesi una campagna pubblicitaria dove ragazze a torso nudo compaiono su dei poster con il segnale di "divieto di accesso" sulle mutande e lo slogan: "If you don't get a yes, don't have sex", ndr). La legge inglese sullo stupro è impraticabile e dovrebbe essere cancellata. L'errore sta nel concetto stesso di stupro. Il reato di stupro non viene commesso contro la vittima, ma contro lo Stato. La vittima stessa diventa una prova nel processo. Come prova, deve essere interrogata in ogni modo possibile, perché lo stupro è considerato un reato grave, secondo solo all'omicidio. Storicamente, non sono state le donne a decidere che lo stupro è un'azione odiosa e spregevole, bensì gli uomini. L'unica arma che conta nello stupro è il pene, che viene concettualizzato come assolutamente devastante. Eppure un uomo può ferire molto di più con il pollice che con il suo vulnerabile pene. Ma per lui è il pene il simbolo e lo strumento della sua potenza. La nozione di stupro è la diretta espressione della fallocentricità maschile che le donne dovrebbero avere il buon senso di non accettare. Parlando con le donne violentate, emerge che nella maggior parte dei casi hanno sofferto molto più per altri insulti e altre offese che hanno accompagnato la violenza che per la presenza non richiesta di un pene nella vagina. In alcuni casi, quello che rimane impresso nella memoria della vittima per molti anni dopo la violenza sono le parole che è stata costretta a pronunciare durante lo stupro. Se l'aggressione fisica non fosse così terrificante per le donne, il numero degli stupri sarebbe di gran lunga inferiore. Se accetti che un uomo ti penetri per evitare di farti tagliare il naso, è perché sai benissimo che sarebbe molto peggio ritrovarsi senza il naso, anche se la legge asinina non la pensa nello stesso modo. La pena per un naso tagliato è sicuramente inferiore rispetto a quella prevista in caso di stupro, ma in questo caso nessuno si sognerebbe anche solo di insinuare che eravate d'accordo nel farvelo tagliare. Dal punto di vista storico, lo stupro non è un reato contro le donne, quanto piuttosto un reato commesso da uomini contro altri uomini. L'uomo che ha il controllo su una donna - storicamente il padre, il tutore o il marito - intenta una causa contro l'uomo che ha usato la sua donna senza la necessaria autorizzazione. Quando lo Stato chiede un risarcimento, agisce per conto della società patriarcale e non per conto della donna che ha subito la violenza. Se la donna ha frequentato un altro uomo contro la volontà del proprio tutore di sesso maschile, o senza che quest'ultimo ne fosse a conoscenza, è la donna a essere considerata una criminale e come tale deve essere punita con la dovuta severità. In alcune società può essere addirittura uccisa dagli uomini che si ritiene abbia tradito. Nei tribunali britannici, sopravvive addirittura la storica tradizione da parte della difesa di costruire una tesi per incriminare la donna. Un vago riconoscimento di questa profonda ingiustizia ha portato alla pratica di tenere nascoste le generalità delle vittime di stupro, anche se questo non fa che rafforzare la consapevolezza da parte della vittima di doversi vergognare per un reato commesso in realtà contro di lei. In questi ultimi tempi, alcune donne eccezionali hanno insistito per intentare causa pubblicamente ai propri violentatori, quasi a voler negare esplicitamente il concetto di vergogna che da sempre si accompagna alla donna che ha subito violenza. Nella sua forma più rigorosa, la moralità di stampo patriarcale esige che piuttosto che essere penetrata da un pene non autorizzato, una donna debba lottare fino alla morte. Nel caso sopravvivesse, i parenti maschili possono anche ucciderla, per salvare l'intera famiglia dal disonore. Lottare fino alla morte è l'unico sistema di cui una donna dispone per poter dimostrare effettivamente di non essere stata consenziente: per quanto possa apparire irrealistico, qualsiasi atteggiamento anche solo leggermente meno rigoroso potrebbe essere interpretato come una sorta di consenso. Una donna che non ha ferite da mostrare e che non può provare di aver lottato per opporsi alla violenza, incontra notevoli problemi quando si tratta di chiedere una condanna. La stragrande maggioranza delle donne non ci prova neppure. Ogni giorno, molti uomini violentano le donne che dormono accanto a loro, nella massima impunità, perché non può essere dimostrata la mancanza del consenso. Lo stupro non è un reato raro, commesso da pochi individui spregevoli: per un grande numero di donne fa parte della vita quotidiana. Essere violentate da un estraneo è come essere investita da un tram: con il passare del tempo le ferite guariscono. La storia dello stupro come reato spiega anche l'ossessiva preoccupazione da parte delle autorità di fronte alle donne che sporgono false denunce di stupro nei confronti di uomini innocenti, infangando la loro reputazione. È indubbiamente vero che un uomo accusato pubblicamente di stupro ne uscirà danneggiato. Ma se consideriamo che solo il 5,6% dei processi si conclude con una condanna, emerge che la stragrande maggioranza degli uomini denunciati può sostenere di essere stato accusato ingiustamente. Ma le loro vittime dovranno vivere per sempre con in più l'infamante marchio di essere state screditate. L'attuale situazione aggrava il danno ancora di più, a partire dal reato e fino ad arrivare alle indagini e all'esito del processo. La proposta di filmare le donne ancora sconvolte negli attimi immediatamente successivi alla violenza, per poi mostrare il filmato alla giuria, è oltraggiosa e immorale. Sono già poche quelle che vanno alla polizia. La prospettiva di essere anche riprese non farebbe che ridurne ulteriormente il numero. Esisterebbe una soluzione, che non viene però considerata tale dalle femministe o dai legislatori. Consisterebbe nell'abolire del tutto lo stupro come reato, ampliando la legge sugli atti violenti fino a comprendere le aggressioni sessuali a vari livelli di gravità, in modo tale che, per esempio, quelle mutilanti a danno dei bambini venissero considerate come molto più gravi rispetto alla penetrazione di una donna adulta. Tornando al caso di Alison, potremmo dire che quello che ha subito è una violenza di lieve entità. Non credo che avrebbe voluto veder finire in galera per anni il suo assalitore, ma forse il vederlo condannare a 100 ore di lavori socialmente utili l'avrebbe aiutata a sentirsi meglio. Forse sarebbe servito per insegnare a quell'uomo a non dare per scontata una donna. Alcune femministe sono arrivate al punto di chiedere la castrazione dei violentatori, ma questo equivarrebbe ad assegnare al pene la stessa, esagerata importanza attribuitagli dagli uomini. La soluzione non consiste nell'inasprire le pene dei pochi sfortunati che vengono condannati per questo reato, peraltro estremamente diffuso, mentre la maggioranza riesce a farla franca. E poi c'è il rischio che la prossima volta uno stupratore castrato possa usare qualcosa di ancora più pericoloso. In cambio di un'attribuzione di minore importanza a questo tipo di reato, le donne potrebbero esigere una riduzione dell'onere della prova. Nessuno dovrebbe considerare sufficiente la deposizione non avvalorata di un querelante per privare qualcuno per anni della propria libertà. Ma se l'accusa fosse di violenza comune con componente sessuale, con pene meno gravi, la testimonianza delle donne avrebbe sicuramente più peso. E non dovremmo essere costretti a subire quei lunghi e costosi processi che coinvolgono studenti universitari ubriachi, collassati a letto e incapaci di ricordare esattamente cos'è accaduto una volta svegli. Alcuni Paesi hanno già provveduto a una revisione dei propri codici penali, ma finora non si sono spinti sufficientemente in là e i giudici trattano semplicemente i nuovi reati come se fossero quelli vecchi con nomi diversi. Ma quello che occorre è un'indagine a tutto campo di tutti i reati a sfondo sessuale e una ricollocazione del diritto di qualsiasi individuo, uomo o donna, sposato o single, gay o etero, bambino o adulto, a una propria autonomia sessuale. È il minimo perché possa funzionare. (Traduzione di Paola Pavesi. ©The Independent)




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23 settembre 2006


IL XXXIV PREMIO FORTE DEI MARMI PER LA SATIRA POLITICA È STATO ASSEGNATO
AL GIORNALE:
“PIZZINO



http://www.museosatira.it/premio/prframe.html

Auguri Pizzino, baciamo le mani!




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23 agosto 2006

Trecento anni d'attesa per i disperati del mare

di Mario Deaglio

E' una chiara notte di plenilunio e di mare calmo di un anno attorno al 2010: una flotta di imbarcazioni sgangherate, cariche di centinaia di migliaia di disperati, affamati e senza lavoro, lascia le coste africane e attraversa il Mediterraneo. Ha così inizio una migrazione di massa che si conclude con l'africanizzazione delle coste settentrionali del Mediterraneo a maggior livello di invecchiamento. Questa prospettiva, che fa correre un brivido nella schiena degli italiani del 2006, è stata accuratamente descritta, nel 1985, dal demografo francese Jean Legrand in un articolo comparso sulla rivista Libro Aperto. Legrand non aveva messo in conto gli scafisti, pensava che questi immigrati provenissero soprattutto dai Paesi dell'Africa settentrionale e non da zone più interne del continente e immaginava che si dirigessero verso la Costa Azzurra e non verso Lampedusa e Pantelleria. La prospettiva da lui descritta non può, però, non essere presa con estrema serietà dopo i ripetuti allarmi su possibili partenze di massa dall'Africa verso l'Europa, l'ultimo dei quali lanciato dal primo ministro spagnolo, Zapatero, capo di un governo di sinistra e quindi - si deve presumere - privo di pregiudizi verso i poveri e i diseredati. Per anni il problema dell'immigrazione è stato ridotto all'esecrazione degli scafisti, alla deplorazione dei naufragi delle «carrette del mare», alla discussione delle condizioni nei centri di accoglienza. Si è così creato una sorta di alibi morale per non affrontare il nocciolo della questione che sta nei divari di reddito e demografia tra l'Africa e l'Europa. Si sono trascurate le cause per concentrarsi sugli effetti. Le cause sono presto dette. Ai tassi di crescita attuale, non bastano trecento anni perché il reddito medio per abitante dei Paesi dell'Africa sub-sahariana raggiunga l'attuale reddito medio per abitante dell'Europa Occidentale. Il lettore provi a mettersi nei panni di un capofamiglia di uno di questi Paesi, per di più afflitti dall'Aids, dalla carestia e, in molti casi, da guerre civili, e scoprirà che anche lui darebbe fondo ai suoi risparmi per riuscire a infilare almeno uno dei suoi figli su una «carretta del mare», o magari dentro un container diretto a un porto europeo, nella speranza di procurargli un futuro migliore. Anche gli abitanti dell'Africa Settentrionale, non possono non considerare che in Italia - per molti distante solo poche decine di chilometri di mare - la diffusione dei beni di consumo durevoli presenta valori da quattro a dieci volte superiori a quelli dei loro Paesi, in molti dei quali, poi, la libertà individuale è assai più limitata e le infrastrutture pubbliche come strade e scuole, ospedali ed elettricità, non reggono neppure lontanamente al confronto con quelle della sponda settentrionale del Mediterraneo. (Dal sito de La Stampa)




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23 maggio 2006

Maria Falcone, un'altra sorella impegnata nell'antimafia

Se tra qualche anno anche la sorella di Falcone si presentasse come candidata alle elezioni io inizierei a pensare che la morte di questi due giudici (Borsellino e Falcone) non sarà davvero stata vana: a volte noi donne abbiamo bisogno di grandi sofferenze per capire di poter fare qualcosa, dobbiamo sentirci ferite nell'affetto privato per entrare nel sociale. Vi invito a farlo prima, perchè ne siamo comunque capaci, altrettanto degli uomini.
Vi lascio con un articolo in cui la sorella Maria Falcone rilascia alcune dichiarazioni.


MARIA FALCONE, 'LA LOTTA ALLA MAFIA NON E' FINITA'



"La lotta alla mafia non e' finita": parola di Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso dieci anni fa, come il collega Paolo Borsellino. Lo ha detto oggi nell' Aula Magna del Palazzo di Giustizia di Torino, edificio dedicato a un altro magistrato assassinato dalla criminalita' organizzata, il torinese Bruno Caccia. Quasi univoco il senso dei numerosi interventi: la lotta alla mafia sta conoscendo una fase di stallo, c' e' una tendenza generalizzata di abbassare la guardia. "Dopo dieci anni - ha detto Antonino Ingroia, pubblico ministero a Palermo - non tutte le verita' sono state scoperte. Ci sono stati tradimenti e dispersioni, viviamo in un clima ostile, con i mafiosi che si lamentano delle condizioni di detenzione. Dobbiamo vigilare". In un clima commosso, nel ricordo delle tragiche morti di Falcone e Borsellino, erano presenti in molti. "Queste iniziative sono utili, perche' - come ha detto don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele - quando si perde la memoria viene meno l' impegno". "Torino - ha spiegato Maria Falcone, sorella di Giovanni - ha dimostrato di aver capito che la lotta alla mafia non e' ancora finita". Maurizio Laudi, presidente piemontese dell' Anm, ha ricordato Falcone e Borsellino come gli artefici della "stagione del miracolo" non solo per Palermo, ma per l' Italia intera, l' ex procuratore palermitano Giancarlo Caselli "un esempio di lotta senza risparmio contro la mafia e le ambiguita";eppure, per il procuratore capo di Torino Marcello Maddalena, i due "sono morti invano", perche' "il loro sacrificio e' stato sommerso da una retorica contraddetta dai fatti". Alla cerimonia hanno preso parte anche il sindaco Sergio Chiamparino e il presidente dell' Ordine degli avvocati Antonio Rossomando. Ampio spazio e' stato dedicato ai ricordi personali. In molti, fra i relatori, hanno spiegato che i due magistrati avevano trascorso i loro ultimi giorni rendendosi conto che presto sarebbe successo qualcosa di grave. Una sorta di premonizione di cui ha parlato Liana Ferraro, assessore comunale a Roma e gia' collaboratrice di Falcone al dipartimento affari penali del ministeri di grazia e giustizia: "Il 22 maggio del '92 Giovanni mi saluto' con queste parole: ricordati che per me non c' e' scampo. Non me la perdoneranno mai". Laudi, dal canto, ha rivelato che Borsellino, al funerale del collega, gli aveva detto: "La prossima volta a Palermo ci verrete per me". Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati ricordati in un incontro promosso dall' Amministrazione comunale nell'ambito dell' inaugurazione ufficiale delle vie intitolate ai due magistrati. A prendere il nome di Giovanni Falcone e' stato il tratto di via Principi d' Acaja compreso tra via Cavalli e corso Vittorio Emanuele II, mentre il ricordo di Paolo Borsellino e' stato perpetuato nel tratto di via Boggio compreso tra via F.lli Bandiera e corso Vittorio Emanuele II. Don Ciotti ha voluto sottolineare che "a Corleone, nei 173 ettari di terra confiscati a Riina, Provenzano e Riggio e seminati in base alla legge sull' uso sociale dei beni mafiosi, e' stata fatta la mietitura. Le prime spighe - ha concluso - le porteremo sulle tombe dei nostri due amici".

 




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22 maggio 2006

Quotidiane violenze

Mano sulla gamba donna non è violenza."Riesame Potenza esclude reato se non si insiste con avances.Secondo il tribunale del riesame di Potenza, posare la mano sulla gamba di una donna in auto e tentare di baciarla non e' violenza sessuale. L'ordinanza ha accolto in parte il ricorso presentato da un 53enne agli arresti domiciliari con l'accusa di violenza sessuale continuata. L'uomo aveva dato un passaggio in automobile ad una conoscente e aveva allungato un mano sulla sua gamba, tentando anche di baciarla. Il pm presentera' ricorso in Cassazione. (Ansa-Roma,21 mag 2006)

PEDOFILIA: VIOLENTO' BIMBA, ARRESTATO DOPO CONDANNA.Palermo.Un cameriere in pensione di 64 anni arrestato a Palermo dopo una condanna per violenza sessuale su una ragazzina di 13 anni. L'uomo e' stato bloccato dai carabinieri del del Nucleo operativo. Il Tribunale gli ha inflitto 7 anni e sei mesi di reclusione. La vicenda risale all'agosto del 2002, quando la minore frequentava regolarmente la casa del pedofilo, dove la sorella maggiore faceva le pulizie. Secondo il racconto della vittima, all'epoca ascoltata dal pm che ha condotto le indagini, Alessia Sinatra, e dal gip Gioacchino Scaduto, l'uomo l'avrebbe trattenuta con la forza gettandola sul letto, e l'avrebbe stordita per poi abusarne. Dopo il rapporto la tredicenne e' rimasta incinta, e solo quando ha scoperto la gravidanza ha trovato il coraggio di denunciare la violenza subita. Il test del Dna ha dimostato che il pensionato e' il padre del bambino e questo e' stato decisivo per la sua condanna. (da Il Tirreno).

Costrinse la figlia a subire violenze ma può fare la madre.Sentenza choc della Cassazione: restituita la potestà genitoriale ad una donna che aveva costretto la figlia minorenne a ''compiere e subire atti sessuali'' Roma, 20 mag. (Adnkronos) - Una mamma ha costretto la figlia minore di 14 anni a ''compiere e subire atti sessuali'', l'ha ''sfruttata per realizzare materiale pornografico'', ma per la Corte di Cassazione può continuare a fare la mamma. La ''potestà genitoriale'' non si tocca. Sconterà solo cinque anni. La decisione arriva dalla Terza sezione penale, la stessa che qualche mese fa si è resa protagonista della sentenza choc su un patrigno che aveva abusato della figliastra tredicenne e che era stato ritenuto meritevole di uno sconto di pena data l'avanzata esperienza sessuale della ragazzina.
In questo caso, la stessa sezione (presidente Claudio Vitalone, relatore Pierluigi Onorato) ha accolto il ricorso di una mamma 39enne di Genova, Daniela B., che contestava di essere stata privata della potestà genitoriale dal Tribunale del capoluogo ligure ''per avere costretto la figlia Cristina a compiere e subire atti sessuali con Rocco G.'', per aver sfruttato la figlia al fine di ''realizzare materiale pornografico'' e per ''prostituzione minorile''.
Per questa lunga serie di violenze, il gip del Tribunale di Genova, il 4 maggio del 2005, aveva applicato alla madre la pena di cinque anni di reclusione per violenza sessuale con le aggravanti, dichiarandola ''interdetta in perpetuo dai pubblici uffici, privata della potestà genitoriale e del diritto agli alimenti ed esclusa dalla successione della persona offesa, nonché interdetta in perpetuo da qualsiasi ufficio'' relativo alla ''tutela'' e alla ''cura'' della figlioletta sfruttata.
Contro il verdetto del Tribunale, Daniela B. ha presentato ricorso in Cassazione chiedendo di continuare a fare la madre di Cristina, dal momento che, ha sostenuto la difesa, la madre non era stata l'artefice materiale delle violenze. Alla Suprema Corte si è rivolto anche il Procuratore generale presso la Corte d'appello di Genova chiedendo che la donna ''recidiva reiterata'' non avesse diritto nemmeno ad essere ammessa al patteggiamento allargato concessole.
Il ricorso del pg è stato respinto da piazza Cavour che ha invece accolto la richiesta della donna sulla potestà genitoriale, ritenendo ''del tutto illegittima - così scrive il relatore Onorato nella sentenza 17052 - l'applicazione della pena accessoria della perdita della potestà genitoriale''. Come spiega la sentenza della Terza sezione penale, nonostante la madre avesse costretto la figlia a subire terribili forme di violenza, ''la decadenza della potestà genitoriale è propriamente prevista solo per il delitto di cui all'art. 609 quater n. 2 c.p. che, punendo gli atti sessuali commessi dal genitore con figli consenzienti infrasedicenni, è l'unica fattispecie in cui la qualità del genitore è elemento costitutivo del reato''. (da Adnkronos.com)




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